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Dipendenza da Social, Meta patteggia 16,7 miliardi di dollari. Cosa cambia per minori, anziani e tutti noi

Il rischio dell’iperconnessione della dipendenza da social è diventato oramai un pericolo per giovani e anziani. La tutela della salute digitale non è più un principio nel vuoto. E in più il possibile legame col declino cognitivo evidenzia, poi, come l’abuso delle reti sociali non risparmi nessuna fascia d’età. Per questo una serie di Stati…

Il rischio dell’iperconnessione della dipendenza da social è diventato oramai un pericolo per giovani e anziani. La tutela della salute digitale non è più un principio nel vuoto. E in più il possibile legame col declino cognitivo evidenzia, poi, come l’abuso delle reti sociali non risparmi nessuna fascia d’età. Per questo una serie di Stati federali degli Stati Uniti aveva citato proprio Meta, la società di Facebook Instagram e Whatsapp, accusandola di aver messo il profitto di fronte ad un uso corretto e consapevole delle proprie piattaforme. L’impianto accusatorio regge su un’affermazione tanto semplice quanto terrorizzante: i siti sono stati progettati per favorire la dipendenza dei minori.
Con un coup de théâtre senza precedenti l’azienda non ha ammesso le colpe ma ha comunque accettato l’idea di introdurre limiti di tempo, blocchi notturni e strumenti di controllo genitoriale. Un segnale importante che apre questioni fondamentali: l’eccesso di social fa male a tutti, non solo ai giovani. Ma tra tutela della salute e proibizionismo il confine è labile. E Stati Uniti ed Europa si muovono in direzioni diverse.

Dipendenza da Social, Meta patteggia 16,7 miliardi di dollari. Cosa cambia per minori, anziani e tutti noi

Dipendenza da social: ecco i dettagli del patteggiamento Meta

Cosa ha accettato di fare Meta

Alla fine la squadra di avvocati che difendeva gli interessi di Mark Zuckerberg ha deciso di optare per una un’ammissione di responsabilità in nome della tutela della salute digitale. Ma a metà. E quindi pur non riconoscendosi colpevoli della dipendenza da social hanno preferito patteggiare invece di trovarsi di fronte ad una condanna con possibilità di sanzioni ancora più dure. La cifra del resto ammonta a più di 16 miliardi di dollari, ed è quindi importante. Meta si è resa disponibile a:

  • Pagare 16,7 miliardi di dollari, spalmati in dieci anni, agli Stati americani che l’hanno citata in giudizio.
  • Impostare un blocco notturno dalla mezzanotte alle 6 del mattino.
  • Ridurre l’afflusso di notifiche in orario scolastico.
  • Rafforzare tutti quegli strumenti per verificare l’età e aiutare il controllo dei genitori.
  • Limitare le funzioni che creano dipendenza (cd addictive) come scroll infinito, conteggio dei Mi piace e l’uso di filtri estremi.

L’appello ai concorrenti

Postilla importante, Meta ha anche invitato esplicitamente i suoi avversari TikTok e YouTube ad adottare misure simili per evitare la dipendenza da social. Un invito certamente interessato nella tutela della salute digitale e che suona come una chiamata alla corresponsabilità nei confronti di altri due giganti del web.

Un precedente importante

Il processo, partito da Oakland, rischiava di diventare un banco di prova pubblico sulle responsabilità delle piattaforme nella dipendenza da social e nella mancanza della tutela della salute digitale. E deve essere chiaro che la richiesta di patteggiamento evita il dibattito e oltretutto non crea un un precedente giuridico di ammissione di colpa. Ma impone modifiche concrete ai contenuti e alle grafiche dei prodotti di Meta.

Dipendenza da social: l’eccesso fa male a tutti (non solo ai minori)

L’accordo americano riguarda soprattutto i giovani, ma la letteratura scientifica è oramai e l’esperienza clinica dimostrano oramai che l’abuso è diventato trasversale. Quindi la dipendenza da social e la tutela della salute digitale non sono più solo un problema che appartiene ai giovani, come succedeva magari fino a qualche anno fa. Con la diffusione capillare della rete e dei telefoni i social sono oramai a portata di tutti. Quindi ognuno è esposto al pericolo.

Le patologie della dipendenza da social

E tra le patologie che meglio descrivono la dipendenza da social si possono trovare senza dubbio depressione, ansia, disturbi del sonno, confronto sociale, cyberbullismo e possibile impatto sullo sviluppo cerebrale (amigdala, corteccia prefrontale).

Anziani e declino cognitivo

Non solo i giovani però sono a rischio della dipendenza da social. L’iperconnessione infatti può accelerare il rischio di declino cognitivo anche tra gli ultra 65enni. L’uso eccessivo e passivo (scroll, isolamento, riduzione delle interazioni reali) può peggiorare la qualità del sonno, l’attenzione e l’umore. Mentre al contrario un uso consapevole e interattivo della tecnologia può addirittura rallentare il declino cognitivo grazie alla riserva tecnologica.

Il punto chiave

Come per tutto non è lo strumento in sé ad esser nocivo, ma la dose. Perché di fronte a grafiche apertamente costruite per creare dipendenza da social e l’alternativa di uno svago reale, il rischio di abusarne nei momenti di solitudine è concreto.

Stati Uniti ed Europa: proibizionismo o tutela della salute?

Il modello americano

Il patteggiamento di Meta porta ad un nuovo metodo oltre oceano. L’approccio ora è quello della regola della responsabilità delle piattaforme. Il che vuol dire per i fornitori dei servizi di introdurre quelle limitazioni di cui abbiamo già ampiamente parlato. Non un divieto totale ma un tentativo di rendere i prodotti meno dannosi e sfavorire la dipendenza da social.

Europa e Italia: DSA e proposte di età minima

In Europa si va invece verso una stretta. Il Digital Service Act (DSA) impone già da qualche anno alle piattaforme delle misure di protezione dei minori. Come contatti privati dal momento dell’iscrizione, nessuna pubblicità profilata, lotta ad ogni architettura grafica pensata per creare dipindenza.

Gli esempi nazionali

Sono già diversi paesi membri dell’Ue ad aver adottato percorsi legislativi in autonomia, con diverse fortune. La Francia ad esempio ha visto proprio recentemente bocciarsi il divieto di social per i minori di 15 anni. Mentre in Italia si discute di un progetto di legge bipartisan per vietare i dispositivi digitali sotto i 3 anni.

Un confine labile

Come per ogni materia sensibile il contorno in cui muoversi è incerto. E solo prendendo ad esempio l’Italia la questione deve tenere conto del quadro normativo già presente nel dettato costituzionale col dovere dello Stato di tutelare la salute (ex art. 32. Cost. italiana) e della particolare condizione dei minori che non hanno piena capacità di autodifesa.

Visione restrittiva e realtà

Responsabilità delle
piattaforme

Educazione
digitale

Controllo
genitoriale

Una visione restrittiva che cozza però con la realtà, perché contro il proibizionismo puro ci sono molte scorciatoie che possono essere usate per aggirare il problema: come l’utilizzo di reti VPN o contatti falsi. E questo comporta poi delle limitazioni verso la libertà di espressione e di informazione con la conseguenza spinta del pubblico verso piattaforme con controlli minori. La strada più equilibrata è quella di una responsabilizzazione delle piattaforme che vada di pari passo con altri due elementi: un’educazione digitale vera ed un assiduo controllo genitoriale.

Cosa fare?

Difficile rispondere in maniera univoca. Tuttavia se per i genitori potrebbe giovare essere dietro ai proprio figli con consapevolezza e trovare valide alternative fuori dalla rete un discorso diverso vale per le altre categorie particolarmente esposte.
Così ai giovani come agli anziani andrebbe suggerito un uso consapevole e interattivo, non solo passivo. Che non si sostituisca quindi a quelle attività normali quotidiane e che non eroda sempre più tempo.

Le istituzioni


Le istituzioni dovrebbero per quanto possibile agire per dare una serie di regole chiare, come la verifica dell’età efficace ma rispettosa allo stesso tempo dei dati sensibili degli utenti. Infine le piattaforme dovrebbero preferire in assoluto la salute dei suoi iscritti sopra ogni cosa.

Conclusioni

Il patteggiamento da 16,7 miliardi non è certo l’ultima tappa di una questione annosa. Rappresenta però un punto di svolta che conferma come l’eccesso di social faccia male e che le piattaforme non possano più ignorare le conseguenze sulla salute mentale.
Il vero nodo resta di natura politica e culturale: capire quando lo Stato debba intervenire e quando invece debba lasciare spazio alle singole responsabilità individuali, familiari o aziendali. C’è un confine decisamente sottile tra tutela della salute e proibizionismo, quindi servirà un equilibrio proporzionato e basato su evidenze e non semplici reazioni emotive.

Fonti

Guglielmo M. Crostelli Capo Redattore