
C’è un’emergenza sanitaria silenziosa che attraversa lo sport professionistico mondiale, e ha un nome tecnico preciso: exertional heat stroke (EHS), il colpo di calore da sforzo. Non è la disidratazione, non sono i crampi, non è il “non aver bevuto abbastanza”. È una sindrome neurologica acuta che si attiva quando temperatura ambientale, umidità e intensità dello sforzo superano la capacità termoregolatoria dell’organismo. Negli ultimi due anni le immagini di campioni che cedono in pista, in campo e in abitacolo si sono moltiplicate, sollevando una domanda che non riguarda più se servano protocolli, ma perché, in molti grandi eventi, quelli esistenti non bastino.
Negli ultimi anni i grandi sport hanno dovuto fare i conti con un avversario che non compare nei tabelloni: il caldo estremo. Ai tornei ATP abbiamo visto giocatori di vertice, da Jannik Sinner, Novak Djokovic ad Alexander Zverev arrivare ad esaurimento fisico durante le ore di massima insolazione, costretti a giocare quando la termoregolazione corporea fatica a reggere il carico.
Nel motorsport, soprattutto F1, negli ultimi anni per causa delle condizioni meteo estreme, combinate con le temperature dei soli cockpit (abitacoli ) che fluttuano da 40 a 60° gradi, si sono presentati i casi di malore tra i piloti. Nelle gare di endurance la posta in gioco è ancora più alta: il colpo di calore da sforzo (EHS) può uccidere, e lo fa quando il soccorso arriva tardi.
Dai tornei ATP,dove Jannik Sinner, Novak Djokovic e Alexander Zverev sono arrivati all’esaurimento fisico nelle ore di massima insolazione, al motorsport, dove gli abitacoli di Formula 1 possono superare i 50 °C, fino alle gare di endurance, in cui il colpo di calore da sforzo può uccidere quando il soccorso arriva tardi.
Exertional Heat Stroke: non è “stare male per il caldo”
L’EHS non è una stanchezza, né un semplice mancamento. È una sindrome cerebrolesiva acuta, definita dalla compresenza di due elementi: una temperatura corporea interna, rettale, superiore ai 40 °C ed una disfunzione del sistema nervoso centrale. Confusione, aggressività, andatura instabile, collasso: in un atleta sotto sforzo questi segni vanno considerati EHS fino a prova contraria. La temperatura rettale resta l’unico standard di misurazione affidabile sul campo.
Il discriminante clinico è proprio l’alterazione neurologica. È ciò che distingue l’EHS dalle altre emergenze da sforzo con cui può essere confuso: la semplice disidratazione, l’esaurimento da calore (heat exhaustion), il collasso post-esercizio, la sincope vagale, l’iponatriemia da esercizio, l’ipoglicemia da sforzo prolungato. Ogni minuto perso a escludere queste diagnosi è un danno che si accumula a carico di rene, fegato, cervello e cuore. La regola operativa è netta: in caso di dubbio, raffreddare prima e diagnosticare poi.
Nessun atleta è immune: dal tennis alla Formula 1
La fascia alta del ranking sportivo mondiale non offre protezione. Al Roland Garros 2026, Jannik Sinner, numero uno del mondo, due set e 5-1 avanti contro l’argentino Juan Manuel Cerúndolo, è crollato chiedendo il trainer perché “voleva vomitare”, si è applicato ghiaccio al collo e ha preso un medical time out per vertigini, perdendo poi la partita. La temperatura sul Philippe-Chatrier era passata da 29°C a 32°C durante il match.
Tre episodi analoghi in dieci mesi: agli Australian Open di gennaio (Melbourne intorno ai 38°C, protocollo “extreme heat” attivato e tetto chiuso) e allo Shanghai Masters di ottobre 2025 (ritiro per crampi diffusi). “Abbiamo fatto dei test, ogni torneo è sempre più caldo, anno dopo anno”, ha dichiarato Janik Siner a Londra il 24 giugno.
Lo stesso scenario si è ripetuto in buona parte del tabellone parigino. Novak Djokovic ha cercato sollievo ricorrendo più volte alle borse di ghiaccio, mentre Jakub Mensik è crollato dopo una maratona di quattro ore e 41 minuti, lasciando il campo in sedia a rotelle. Anche Elena Rybakina, Casper Ruud e la diciottenne Iva Jovic hanno denunciato pubblicamente le condizioni proibitive. Per Jovic, inoltre, è arrivato anche un episodio controverso: un giudice di sedia le ha negato il permesso di cambiarsi nonostante gli abiti fossero completamente sudati.
Ma il tennis non è un caso isolato. In Formula 1 il quadro è altrettanto allarmante. Al GP di Singapore 2024, George Russell e Lewis Hamilton hanno raccontato di essere arrivati al traguardo al limite del colpo di calore (borderline heatstroke), tra disorientamento, confusione e difficoltà perfino a uscire dall’abitacolo. Un anno prima, al GP del Qatar 2023, diversi piloti avevano accusato malori durante la gara, rendendo necessario l’intervento dei medici al termine della corsa e spingendo la FIA a rivedere con urgenza i protocolli ed i regolamenti per le gare disputate in condizioni di caldo estremi.
Tennis: Wimbledon e Roland Garros, due filosofie sullo stesso parametro
I quattro Grand Slam adottano lo stesso indice, il WBGT (Wet Bulb Globe Temperature), che combina temperatura dell’aria, umidità, vento e radiazione solare, ma lo applicano in modo molto diverso.
Wimbledon 2026 applicherà la heat rule a tutti i singolari: quando l’indice di stress termico WBGT — che combina temperatura dell’aria, umidità e temperatura superficiale — raggiunge o supera i 30,1 °C, è prevista una pausa di 10 minuti (15 per le sedie a rotelle) tra il secondo e il terzo set nel femminile o tra il terzo e il quarto nel maschile. Basta che un solo giocatore la richieda. Le misurazioni avvengono 30 minuti prima dell’inizio, alle 14 e alle 17; oltre i 32,2 °C scatta la sospensione totale sui campi scoperti. Sui campi coperti, tetto chiuso e aria condizionata.
A Wimbledon il protocollo è graduato: tre rilevazioni quotidiane (a -30 minuti dall’inizio, alle 14 e alle 17); superati i 30,1°C WBGT scatta una pausa di dieci minuti tra il secondo e il terzo set nel femminile, e tra il terzo e il quarto nel maschile; oltre i 32,2°C WBGT sospensione totale dei match all’aperto. Centre Court e Court 1 dispongono di tetto retrattile e aria condizionata, però gli altri campi no.
Proprio su questo fronte Roland Garros 2026 è finito al centro delle critiche, evidenziando come la sensibilità dei tornei dello Slam nei confronti del caldo estremo sia ancora lontana dall’essere uniforme. Pur adottando le stesse soglie WBGT dell’Australian Open (30,1 °C, elevate a 32,2 °C nelle prime giornate), il torneo parigino applica un protocollo decisamente più restrittivo: nel singolare maschile non sono previste pause aggiuntive per il caldo, ma soltanto l’eventuale sospensione dell’incontro.
A differenza di Melbourne, inoltre, il regolamento non prevede la chiusura del tetto del Philippe-Chatrier come misura per ridurre lo stress termico. Così, nel giorno dell’eliminazione di Jannik Sinner, il protocollo non è mai entrato in vigore, nonostante le difficoltà manifestate da numerosi giocatori. Novak Djokovic ha difeso questa impostazione, osservando che “non sarebbe equo se solo il Centrale giocasse al fresco”, ma la discussione resta aperta e continua a dividere osservatori e addetti ai lavori. Un sistema analogo, basato sull’indice WBGT e su soglie di intervento differenziate, è adottato anche agli Internazionali BNL d’Italia e in gran parte del circuito ATP e WTA.
Formula 1: la lezione di Singapore 2024 e la cooling vest
Se il tennis continua a discutere sull’efficacia dei propri protocolli, il motorsport ha già imboccato la strada della prevenzione strutturale. Il punto di svolta è arrivato dopo il GP del Qatar 2023, quando il caldo estremo provocò malori diffusi: diversi piloti dovettero ricorrere alle cure mediche, George Russell sfiorò la perdita di conoscenza e Lance Stroll venne trasferito al centro medico al termine della gara. A rafforzare l’urgenza intervennero, l’anno successivo, anche le testimonianze di Russell e Lewis Hamilton dopo il GP di Singapore 2024, entrambi arrivati al traguardo in condizioni definite di “borderline heatstroke”.
Da quell’esperienza la FIA ha tratto una conseguenza concreta. Nell’ottobre 2025 ha introdotto il protocollo “Heat Hazard”, che scatta quando la temperatura ambiente supera i 31 °C e consente l’utilizzo di sistemi di raffreddamento a bordo, compresa una cooling vest che fa circolare liquido refrigerato a circa 16°C in abitacoli dove la temperatura può superare i 50 °C. Russell è stato tra i primi a utilizzarla, durante il GP del Bahrain.
Il protocollo è ormai entrato nella gestione ordinaria della categoria. Proprio il 25 giugno 2026 la FIA ha dichiarato l’Heat Hazard anche per il GP d’Austria, con temperature dell’asfalto registrate oltre i 50 °C: la prima attivazione della stagione. La filosofia è la stessa che porta la Formula 1 a disputare il GP di Singapore in notturna o le grandi maratone a far partire gli atleti all’alba: quando il clima non può essere modificato, è l’organizzazione che deve adattarsi per ridurre il rischio e proteggere gli sportivi.
Il tennis, del resto, ha iniziato a guardare alla stessa soluzione. In vista di Wimbledon 2026, Jannik Sinner ha introdotto il cooling vest tra gli strumenti della propria preparazione, indossandolo durante le pause degli allenamenti a Londra, dove le temperature si sono rivelate insolitamente alte per il periodo. La scelta è arrivata dopo il malessere accusato al Roland Garros, che ha spinto il suo staff a rivedere parte della gestione dello stress termico. Il gilet refrigerante, del resto, non è una novità nello sport: viene utilizzato da oltre vent’anni in diverse discipline, dal ciclismo al motorsport, fino al cricket ed all’atletica.
Colpo di calore da sforzo: cosa accade al corpo
Il punto fisiologico è semplice. Nella contrazione muscolare solo il 20-25% dell’energia diventa lavoro meccanico; il restante 75-80% si trasforma in calore. Ai ritmi di gara un atleta può produrre 1.000-1.200 kcal/ora di calore metabolico, fino a 15-20 volte i valori di riposo. Finché sudorazione ed evaporazione reggono, la temperatura corporea resta sotto controllo. Ma quando il gradiente termico tra cute e ambiente si riduce, causa di temperature elevate, umidità o esposizione diretta al sole, il raffreddamento diventa meno efficace e il calore inizia ad accumularsi.
È questo il punto cruciale: il clima, da solo, non provoca il collasso. L’ambiente rappresenta un fattore aggravante, ma il vero motore è il carico metabolico imposto dall’esercizio. Per questo anche con una temperatura esterna di appena 18 °C, mantenendo uno sforzo pari all’80% della frequenza cardiaca massima per un’ora, la temperatura interna può superare i 40 °C. Quando la produzione di calore eccede la capacità dell’organismo di disperderlo, il processo che porta all’Exertional Heat Stroke (EHS) è già iniziato.
“La prima fase è un eccesso di accumulo di calore. Se la sudorazione necessaria a raffreddare il corpo supera la capacità sudorifera dell’organismo, la temperatura interna continua a salire. Si può arrivare a una leaky gut, permeabilità intestinale con passaggio di batteri nel circolo sanguigno, e a temperature corporee superiori ai 40°C, molto pericolose”.
– dott.ssa Lindsey Hunt, Precision Hydration
A questa cascata di eventi si aggiungono gli effetti della disidratazione, che favorisce sintomi come nausea, tachicardia e un progressivo deterioramento delle prestazioni.
Come si previene e si cura: la regola “cool first, transport second”
Quando la temperatura interna supera i 40°C e compare una disfunzione del sistema nervoso centrale (confusione, convulsioni, perdita di coscienza) si manifesta EHS una vera emergenza medica. In questi casi ogni minuto è decisivo: il rischio di mortalità aumenta rapidamente con il ritardo del trattamento.
Le principali linee guida internazionali, come National Athletic Trainers’ Association e British Journal of Sports Medicine, indicano come trattamento di riferimento l’immersione immediata in acqua ghiacciata, secondo il principio “cool first, transport second”: raffreddare il paziente prima del trasporto in ospedale, perché è proprio la rapidità con cui si abbassa la temperatura corporea a determinare la prognosi.
Per questo, nelle gare di endurance, la vera misura salvavita non è l’ambulanza parcheggiata a bordo percorso, ma la presenza di una vasca di immersione in acqua fredda immediatamente disponibile. Il protocollo esiste ed è consolidato; il problema, troppo spesso, è che non viene predisposto.
Clima e sport: perché federazioni e organizzatori devono adattarsi
Il filo che unisce tennis, maratona e Formula 1 è lo stesso: il caldo estremo non può essere eliminato, ma il suo impatto può essere ridotto. Significa ripensare orari e calendari, adattare i protocolli alle condizioni ambientali e, soprattutto, predisporre strumenti in grado di intervenire nei primi minuti, quando la differenza tra un malore e una tragedia può dipendere da una vasca di acqua ghiacciata o da un sistema di raffreddamento disponibile sul posto.
Le soluzioni, in realtà, sono già note e trovano spazio nelle linee guida internazionali:
- monitorare il rischio attraverso l’indice WBGT con soglie realmente cautelative;
- garantire la disponibilità immediata di vasche per l’immersione in acqua ghiacciata in ogni evento agonistico;
- formare personale sanitario e organizzatori affinché riconoscano l’EHS e applichino senza esitazioni il principio “cool first, transport second”.
Il cambiamento climatico sta riscrivendo le regole dello sport, e la domanda non è più se il caldo estremo inciderà sulle competizioni, ma quanto rapidamente federazioni e organizzatori sapranno adattarsi.Perché oggi la differenza tra un episodio gestito e una tragedia non dipende soltanto dal termometro: dipende dalla preparazione di chi organizza l’evento.









