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Welfare Aziendale: Quasi Metà degli Italiani vuole Cambiare Lavoro. Ecco il Metodo per risolvere il Turnover del Personale in Italia

Sia chiaro, cambiare lavoro alle volte fa bene al dipendente, che può trovare così un ambiente più stimolante, come ai datori di lavoro per questioni economiche. Ma il Welfare Aziendale può dare aiuti concreti.

Cambiare lavoro fa bene al dipendente, ma l’abuso del turnover costa alle imprese tra il 37% e il 60% in produttività. Il Welfare aziendale trasforma un costo in un investimento di benessere e competitività. Il turnover del personale, cioè la frequenza con cui i dipendenti lasciano un’azienda per un’altra è un fenomeno con un forte costo per le imprese che lo subiscono.

La soluzione per limitarne l’abuso, e garantire quindi gli interessi di imprese e dipendenti è strettamente legata al concetto di benessere in azienda che spiegheremo fra poco. Sia chiaro, cambiare lavoro alle volte fa bene al dipendente, che può trovare così un ambiente più stimolante e affine alle sue competenze. Ma anche ai datori di lavoro, che ne hanno necessità per questioni economiche.

I costi nascosti del turnover del personale per le imprese italiane

Tuttavia numerosissimi studi di settore segnalano come l’abuso del turnover abbia un costo sociale molto forte per le imprese.
Quel 40% di italiani che sogna di cambiare lavoro impatta negativamente sulla competitività aziendale, producendo costi accessori spesso sottostimati.
Numeri alla mano, parliamo di una forbice tra il 37 ed il 60% a seconda dell’ambito.

40%

Gli italiani che sognano
di cambiare lavoro

37-60%

Ma i numeri si allargano o restringono a
seconda del tipo di lavoro svolto.

Sì, perché se è vero che un nuovo dipendente costa meno in termini salariali, ha comunque un costo a livello formativo e rallenta notevolmente la produttività e la competitività aziendale.

Per essere chiari: un neo assunto prima di sviluppare competenze e abilità necessarie deve imparare il nuovo lavoro. E questo non richiede solo tempo ma anche risorse che potrebbero essere usate altrove.Un aiuto per contenere il fenomeno potrebbe arrivare dal Welfare aziendale, di cui parleremo fra poco.

Non solo soldi: le vere ragioni delle dimissioni volontarie

Dopo questa premessa necessaria bisogna farne un’altra: chi cambia occupazione non lo fa solo per questioni salariali. Anzi, tra le dimissioni volontarie rientrano una serie di concause come la ricerca di un’attività più stimolante, un migliore ambiente coi colleghi o ancora un bilanciamento tra vita privata e professionale. Insomma questioni legate alla qualità di vita come elemento imprescindibile della crescita professionale. E quindi ai benefici che una posizione lavorativa può garantire.

Welfare aziendale: le politiche di employee retention che funzionano

80%

delle Grandi Imprese prevede
misure di Welfare aziendale

64%

delle Medie Imprese prevede
misure di Welfare Aziendale

55%

delle Piccole Imprese prevede

misure di Welfare Aziendale

Per limitare i danni collaterali del turnover viene in aiuto proprio il Welfare aziendale. Un fenomeno conosciuto anche col nome di employee retention o fidelizzazione dei dipendenti. Cioè una serie di politiche attive per garantire il benessere del lavoratore con un ritorno attivo alla stessa azienda. Il dipendente si vede riconosciuti una serie di benefit come il diritto a polizze assicurative, a visite mediche specialistiche. O ancora bonus per asili nido o convenzioni ai servizi più disparati (es. palestre) con un impatto positivo nella sua vita privata.

>250

I dipendenti necessari
per parlare di Grande Impresa

<250

I dipendenti necessari
per parlare di Media Impresa

<50

I dipendenti necessari
per parlare di Piccola Impresa

<10

I dipendenti necessari
per parlare di Micro Impresa

Quando parliamo di Welfare aziendale intendiamo quelle politiche di Benessere o Sociali di natura privata. Spesso deducibili dal reddito di impresa e con numeri differenti a seconda del peso specifico delle aziende. La pratica è infatti maggiormente diffusa tra le imprese medio grandi, con numeri chiari:
più dell’80% dei grossi gruppi prevede misure di Welfare aziendale.

>50 Milioni di €

Il fatturato necessario
per parlare di Grande Impresa

<50 Milioni di €

Il fatturato necessario
per parlare di Media Impresa

<10 Milioni di €

Il fatturato necessario
per parlare di Piccola Impresa

<2 Milioni di €

Il fatturato necessario
per parlare di Micro Impresa

Tasso che varia con una forbice tra il 64 ed il 68% nelle medie imprese, sino a scendere al 55% in quelle con almeno 25 dipendenti. Cifre incoraggianti che mostrano una tendenza positiva nella trasformazione dell’attuale mercato del lavoro.

Per approfondire i numeri relativi a micro, piccole, medie e grandi imprese si rimanda a questi due link:
È una grande impresa quella che raggiunge i 250 «Ula» – Il Sole 24 Ore
Definizione di PMI. Cosa si intende per Piccole e Medie Imprese

L’eredità di Adriano Olivetti: l’impresa comunitaria ancora attuale

Anche se in realtà questo concetto di Welfare Aziendale non è una vera e propria novità: in Italia abbiamo conosciuto un modello simile con Adriano Olivetti e la sua “Impresa Comunitaria” (o “Impresa Integrale”). Una visione imprenditoriale tanto avveniristica da fare scuola ancora oggi. Certo i tempi sono diversi ma resta la validità dei concetti espressi allora da Olivetti:

“Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica? […] La fabbrica di Ivrea, pur agendo in un mezzo economico e accettandone le regole, ha rivolto i suoi fini e le sue maggiori preoccupazioni all’elevazione materiale, culturale, sociale del luogo ove fu chiamata ad operare…”

“Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica? […] La fabbrica di Ivrea, pur agendo in un mezzo economico e accettandone le regole, ha rivolto i suoi fini e le sue maggiori preoccupazioni all’elevazione materiale, culturale, sociale del luogo ove fu chiamata ad operare…”

Come spesso accade quindi non serve andare troppo lontano per cercare esempi virtuosi.

Welfare aziendale, Welfare pubblico e sanità: la soluzione per un mercato del lavoro in crisi

In un momento storico in cui la maggior parte dei sistemi pensionistici e di Welfare pubblico sono in forte sofferenza, viene da chiedersi se la soluzione non sia delegare ai privati quello che un tempo era compito dello Stato. Quindi avere un Welfare aziendale a complemento dello stato sociale. Domanda diretta per un problema complesso e annoso. E che certo da sola non basta a trovare le risposte della sfida occupazionale, della competitività e dei diritti in un mercato del lavoro in continua evoluzione. Ma il cammino per un bilanciamento tra aspettative dei lavoratori e delle imprese sembra segnato.

Il ruolo sociale delle imprese nell’era della reputazione online

E del resto è lo stesso ruolo delle imprese ad essere cambiato nel corso degli anni. Oggi nell’era di internet e della reputazione online nessuno può tirarsi fuori rispetto alle proprie responsabilità, con casi eclatanti di boicottaggi che hanno portato addirittura interi gruppi internazionali a fare marcia indietro sugli argomenti più disparati.

E per quanto possa sembrare strano e lontano da quanto abbiamo detto sinora sul Welfare aziendale, l’opinione positiva o negativa su un’impresa passa non solo per le sue scelte etiche ma anche nel modo in cui i propri dipendenti vengono trattati. Allora il concetto stesso di qualità del lavoro e benessere del dipendente diventa quasi centrale. Portando così le imprese a fare scelte informate e lungimiranti anche per quanto riguarda piccoli benefici quotidiani, come ad esempio una dieta corretta da consigliare alle mense aziendali.

Guglielmo M. Crostelli Capo Redattore