Il semestre aperto ha trasformato radicalmente l’accesso a Medicina, Odontoiatria e Veterinaria già dall’anno accademico 2025/2026. Il tradizionale test d’ingresso è stato sostituito con un primo semestre a iscrizione libera, seguito quindi da una graduatoria nazionale di merito. Questa riforma, voluta fortemente dal Ministero dell’Università e della Ricerca, ha generato migliaia di iscritti e sta influenzando in modo indiretto anche la scelta degli studenti per i corsi di infermieristica e delle altre professioni sanitarie, indicate come corsi affini in caso di mancata immatricolazione alla facoltà principale. Tuttavia a fronte di un aumento dei posti disponibili ci sono tutte una serie di disparità territoriali nella distribuzione di medici e infermieri oltre che nei flussi di immatricolazione. Ecco un’analisi dei numeri più recenti e le implicazioni per il sistema sanitario italiano.

Semestre aperto: come funziona e i primi numeri
Il semestre aperto (chiamato ufficialmente come semestre filtro) prevede l’iscrizione libera a un primo semestre comune di tre insegnamenti: Chimica, Biologia e Fisica. Ciascuna di queste materie prevede 6 CFU. Al termine delle lezioni si sostiene una prova nazionale per ognuna delle tre materie e si forma una graduatoria di merito che influenza l’accesso al secondo semestre a ciclo unico. Chi non riesce ad accederci può proseguire con il riconoscimento dei CFU in un corso affine indicato in fase di iscrizione.
Numeri a confronto
Nel primo anno di adozione, l‘anno accademico 2025/2026, i candidati sono stati oltre 64 mila studenti. Circa 54.300 a Medicina e chirurgia, 4.500 a Odontoiatria e 6.000 a Veterinaria. Cifre confermate anche per il nuovo anno accademico 2026/2027: dei 62.200 candidati a facoltà sanitarie, circa 52.300 hanno optato per Medicina e chirurgia. Con un aumento netto rispetto all’anno precedente: i posti disponibili riservati ai futuri medici sono saliti da 24 a 27 mila, con ulteriori incrementi per Odontoiatria (1.800) e Veterinaria.
Posti e iscritti: Medicina, Odontoiatria, Infermieristica e professioni sanitarie
Medicina e Odontoiatria
Per i corsi in Medicina in Italiano e Inglese i posti sono passati dalle 24.000 unità dell’a.a. 2025/2026 ai quasi 27.000 di quest’anno. Per Odontoiatria parliamo invece di un aumento nel primo anno pilota passato dai circa 1.500 ai 1.774 nel 2025/2026 (1.224 negli atenei pubblici, 550 nei privati). Non senza polemiche da parte della Commissione Albo Odontoiatri sul rischio di inflazionare la professione, dato che stima il fabbisogno annuo in circa 970 professionisti formati.
Infermieristica e professioni sanitarie
Discorso a parte per quanto riguarda le Professioni Sanitarie, dove i posti a bando sono tra i 33.000 ed il 36.000, di cui oltre 20.000 per Infermieristica. E proprio la facoltà di Infermieristica merita un’analisi a sé: se nel 2025/2026 appariva come un corso di studi senza troppi candidati, quest’anno c’è stato un vero e proprio boom di iscrizioni con oltre 75.000 candidati per 38.000 posti (17% in più). Ma i dati restano legati a una grande disparità regionale, con una forbice ampia su base regionale.
Gli effetti del semestre aperto sulle professioni sanitarie
Il semestre aperto è servito anche per rendere Infermieristica e altri corsi (Ostericia e non solo) come “corsi affini” per tutti gli esclusi dalla graduatoria nazionale di Medicina, Odontoiatria e Veterinaria, nei limiti del 20% in più dei posti a bando in alcuni casi. Un meccanismo che spinge gli iscritti che non sono riusciti a passare le prime prove verso corsi meno competitivi, contribuendo così a distribuire altrove gli studenti.
Anni accademici a confronto
Così nel primo anno pilota delle future matricole, Medicina ha attratto gioco forza più iscritti. Mentre gli altri corsi di laurea sono rimasti temporaneamente meno attrattivi. Discorso diverso per questo anno accademico dove dai primi dati emerge comunque una tendenza diversa e con flussi diversi anche da chi proviene dal semestre aperto.
Disparità territoriali: densità di infermieri e medici tra Nord e Sud
I dati OCSE e FNOPI-Sant’Anna 2025 ci mostrano un’Italia con numeri chiari: così se la densità di medici resta alta (5,4 per 1000 abitanti, sopra la media OCSE) quella degli infermieri è nettamente inferiore. Tra gli esempi più recenti per capire il modo di distribuzione del personale infermieristico, i numeri più alti sono tra Molise, Liguria, Emilia-Romagna e Trentino-Alto Adige. Cifre decisamente diverse per Sicilia, Lombardia, Calabria e Campania.
Densità territoriale e personale effettivo
Per quanto possa sembrare strano, la Lombardia presenta una densità pro-capite particolarmente bassa a causa della grande popolazione e per il peso delle strutture private. Numeri assoluti quindi alti, circa qualche decina di migliaia, che risultano però non sufficienti per il fabbisogno effettivo.
Per il Mezzogiorno poi la Sicilia rappresenta un altro caso scuola con carenze strutturali decisamente marcate. Le cause sono una maggiore mobilità sanitaria passiva oltre che la difficoltà di reclutamento. Differenze queste che si riflettono anche nella distribuzione dei posti universitari e nelle capacità degli Atenei di assorbire i flussi del semestre aperto.
Cosa comporta nella pratica una densità alta o bassa di infermieri?
Un maggior numero di infermieri, come in alcune regioni specifiche del Centro-Nord o di piccole regioni, favorisce la sostenibilità dell’assistenza sanitaria sul territorio.
Una densità bassa invece, come avviene ad esempio in Sicilia o in parti della Lombardia, accentua una serie di problemi come liste di attesa, burn-out, ricorso a personale interinale o estero.
Il semestre aperto canalizzando parte degli esclusi dai corsi di laurea principale verso medicina, può aiutare a colmare questo vuoto. Ma solo se i posti e le sedi di tirocinio sono distribuiti in modo coerente coi fabbisogni regionali e non solo con le capacità degli atenei.
Conseguenze del semestre aperto
Il semestre aperto ha ampliato l’accesso a quelle facoltà sanitarie, creando allo stesso tempo un meccanismo paracadute verso le altre professioni sanitarie. Con un serie di effetti positivi potenziali sulla carenza di infermieri ma con rischi seri di sovraccarico organizzativo e di un sovra numero di candidati a odontoiatria.
Il nodo centrale
La disparità territoriale resta uno dei problemi maggiori: densità di professionisti molto diverse lungo tutto il territorio nazionale segnala un problema che non può e non deve essere ignorato. Quello cioè di una programmazione dei posti e dei corsi che sia più attenta non solo ai fabbisogni reali ma anche alla futura occupazione dei laureandi. E che quindi non risponda solo ai fabbisogni dei singoli atenei.









