
ANASTE ha prodotto un Position Paper sulla cosiddetta “Riforma Schillaci” che non è solo un’analisi tecnica, ma un grido d’allarme etico. La trasformazione del Medico di Medicina Generale (MMG) da libero professionista convenzionato a “dipendente funzionale” rischia di scardinare il pilastro della sanità italiana, cioè il rapporto di fiducia.
Per chi opera nelle strutture residenziali, questa riforma non è un semplice aggiustamento burocratico, ma una sfida alla qualità della vita degli ospiti.
La Tecnologia: da strumento di cura a rischio di sorveglianza
La Riforma Schillaci punta con decisione sulla digitalizzazione, citando telemedicina, intelligenza artificiale (AI) e Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE).
ANASTE non si oppone all’innovazione, ma ne contesta la finalità, specie se piegata a logiche di mero controllo.
- Il rischio della “scatola nera”: Il documento evidenzia il pericolo di algoritmi di AI opachi. Se il medico viene spinto a seguire protocolli generati da sistemi non verificabili, la sua autonomia clinica viene meno. La tecnologia deve essere un supporto alla decisione (Clinical Intelligence), non un binario rigido che ignora le peculiarità del singolo paziente.
- Interoperabilità cercasi: Oggi il vero ostacolo è la frammentazione dei dati. La riforma deve garantire che i sistemi delle RSA “parlino” con quelli dei MMG. Senza questa integrazione, la digitalizzazione diventa solo un onere burocratico in più (la cosiddetta “mercificazione del tempo clinico”), dove il medico passa più tempo a inserire dati che a visitare il paziente.
- Formazione critica: ANASTE chiede che l’adozione tecnologica sia accompagnata da una formazione che permetta al medico di governare lo strumento digitale, evitando che quest’ultimo diventi un mezzo di “sorveglianza aziendale” basato su quanti click o quante ore di connessione vengono effettuate
Il Raccordo MMG-RSA: l’anello mancante della rete
Il punto di maggior frizione riguarda il ruolo delle RSA nel nuovo assetto territoriale. La bozza ministeriale sembra concepire la Casa della Comunità (CdC) come il centro di tutto, rischiando però di trasformarla in una “cattedrale nel deserto” scollegata dalle realtà residenziali.
- L’invisibilità delle strutture: ANASTE osserva con preoccupazione che la riforma non dedica spazio sufficiente all’alleanza strutturale tra il medico curante e l’équipe della RSA. Se il MMG viene assorbito dalle turnazioni fisiche nelle Case della Comunità, chi garantirà la presenza e la continuità clinica all’interno delle strutture?
- La conoscenza come farmaco: Per un anziano fragile, il medico non è un erogatore di prestazioni, ma un custode della sua storia. Nelle RSA, la capacità del MMG di cogliere un lieve cambiamento del tono dell’umore o un’alterazione cognitiva minima può prevenire un ricovero ospedaliero traumatico. La “dipendenza funzionale” all’azienda rischia di frammentare questa conoscenza: il “paziente del medico” diventa “paziente della struttura”, un numero che passa di mano in mano secondo i turni aziendali.
- Il Tavolo di Co-progettazione: ANASTE propone con forza l’attivazione di tavoli regionali dove RSA e MMG possano definire protocolli comuni. Le strutture residenziali devono entrare di diritto nella rete delle Case della Comunità non come satelliti, ma come nodi paritetici.
Il triangolo Utente-Medico-RSA: un equilibrio fragile
La riforma rischia di produrre un effetto paradossale: un sistema più documentato ma meno efficace
nel rispondere ai bisogni umani.
- L’illusione del “debito orario”: Obbligare il medico a una presenza fisica standardizzata nelle CdC non garantisce cure migliori. ANASTE sostiene che la qualità si misuri sugli esiti (es. quanti pazienti fragili hanno un Piano di Assistenza Individuale attivo?) e non sulla timbratura del cartellino.
- L’impatto sulle famiglie: Per i familiari degli ospiti in RSA, il medico di base rappresenta il punto di riferimento e di rassicurazione. Se questo rapporto viene mediato da logiche aziendali o turnazioni impersonali, aumenta il senso di solitudine e di sfiducia dei cittadini verso le istituzioni sanitarie.
- Personalizzazione vs Standardizzazione: Il “paziente complesso” non è un paziente standard. La riforma tende a ottimizzare ciò che è misurabile (il fatto), ma trascura ciò che è essenziale (l’essere medico): l’ascolto, l’empatia e la comprensione del contesto psicosociale, sono elementi che nessuna metrica aziendale potrà mai catturare.
Anaste: rimettere la persona al centro
La posizione di ANASTE è netta: sì alla modernizzazione, no alla burocratizzazione del rapporto di cura. La vera sfida non è avere “medici dipendenti”, ma medici messi nelle condizioni di fare bene il proprio lavoro, integrati in team multiprofessionali veri e supportati da una tecnologia che liberi tempo per la cura, invece di sequestrarlo. La persona, nella sua unicità clinica e umana, deve restare il fine ultimo.
Le proposte di ANASTE per una riforma reale
Si tratta di orientare il cambiamento verso l’efficacia clinica.
Le nostre raccomandazioni sono chiare:
- Indicatori di esito, non di presenza: Valutare i medici non per quante ore passano in
ambulatorio, ma per come gestiscono le cronicità (es. follow-up del diabete o riconciliazione
delle terapie). - Integrazione strutturale: Inserire formalmente le RSA nella rete delle Case della Comunità e
dell’assistenza territoriale, con protocolli condivisi e percorsi assistenziali integrati. - Tecnologia al servizio della cura: Usare telemedicina e intelligenza artificiale per supportare
il medico nelle decisioni, non per controllarlo burocraticamente.
La vera modernizzazione non passa per una gerarchia aziendale che trasforma il medico in un
ingranaggio, ma per un sistema che lo metta nelle condizioni di dedicare più tempo alla persona,
soprattutto se quella persona è un anziano fragile che vive in una struttura territoriale.









