
Non è una scelta. Non è un acquisto accessorio. Per circa quarant’anni della propria vita, ogni donna usa tamponi, assorbenti, coppe mestruali o altri prodotti mestruali. Un appuntamento mensile, obbligato, che nell’arco di una vita si traduce in migliaia di oggetti a strettissimo contatto con una delle zone del corpo a più alta capacità di assorbimento. Eppure, a differenza di quasi ogni altro prodotto a contatto prolungato con il corpo femminile, questi oggetti non devono dichiarare i propri ingredienti, non sono soggetti a test clinici obbligatori, e ricadono sotto una direttiva europea sulla sicurezza generale dei prodotti pensata, sostanzialmente, per i giocattoli e gli elettrodomestici. Una lacuna che non è frutto del caso: è una delle manifestazioni più concrete di quel disinteresse sistemico verso la salute delle donne che attraversa normative, ricerca scientifica e politiche fiscali in tutta Europa.
40 anni
di esposizione media nella vita di una donna
ciclo mestruale continuativo
15.000
assorbenti/tamponi usati in media in una vita
fonte: ONG Regles elementaires, aprile 2026
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obbligo di dichiarare gli ingredienti in etichetta
vuoto normativo UE
Il rapporto dell’ONG francese Regles elementaires, pubblicato nell’aprile 2026, ha rimesso al centro del dibattito europeo una questione che la ricerca scientifica solleva da oltre venticinque anni: cosa c’e davvero dentro quegli assorbenti? E la risposta, per quanto frammentaria, è preoccupante.
Cosa c’e davvero dentro i prodotti mestruali
Dal 2000 la ricerca scientifica ha progressivamente analizzato la composizione dei prodotti mestruali, con risultati che si fanno sempre piu inquietanti. Diossine e furani, residui del processo industriale di sbiancamento, sono stati i primi a essere individuati. Poi, nel tempo, sono emersi pesticidi (residui della coltivazione del cotone), metalli pesanti, composti organici volatili, ftalati, PFAS, le cosiddette ‘sostanze eterne’, che non si degradano ne nell’organismo ne nell’ambiente, e persino nanoparticelle.
Lo studio piu recente e sistematico, pubblicato nel 2024 sulla rivista Environment International, ha testato 30 tamponi per 16 metalli diversi. Il risultato e inequivocabile: mercurio, piombo, arsenico e cadmio erano presenti in tutti i campioni analizzati, sia pure in quantita variabili. Un dato che non lascia margini di dubbio sul fatto che questi prodotti contengano sostanze potenzialmente dannose per la salute.
| Sostanza | Fonte/Presenza | Rischi documentati |
|---|---|---|
| Diossine e furani | Residui del processo di sbiancamento industriale dei materiali assorbenti | Interferenti endocrini, cancerogeni riconosciuti |
| Pesticidi (residui) | Cotone coltivato con pesticidi; residui persistono nel prodotto finale | Neurotossici, possibile effetto sul sistema riproduttivo |
| Metalli pesanti | Mercurio, piombo, arsenico, cadmio: trovati in TUTTI i 30 tamponi testati (studio 2024) | Tossici per reni, sistema nervoso, fertilita |
| PFAS (sostanze eterne) | Composti fluorurati sintetici, non si degradano nell’organismo ne nell’ambiente | Interferenti endocrini, potenzialmente cancerogeni |
| Ftalati | Plastificanti aggiunti per flessibilita dei materiali plastici nel prodotto | Interferenti ormonali, correlati a problemi riproduttivi |
| Composti organici volatili | COV rilasciati dai materiali sintetici durante l’uso | Irritazione mucose, potenziale effetto sistemico |
| Nanoparticelle | Presenti nei materiali sintetici avanzati; capacita di attraversare le barriere cutanee | Effetti a lungo termine ancora in studio |
Il problema, come sottolineano le ricercatrici dell’IDAEA-CSIC (Istituto di Diagnosi Ambientale e Studi sull’Acqua del CSIC spagnolo), non è solo la presenza individuale di ciascuna sostanza, ma la loro combinazione. La tendenza diffusa è di valutare le singole sostanze in isolamento, mentre l’esposizione reale e costante, a basse quantità, con più molecole contemporaneamente: un cocktail con effetti sinergici che può amplificare significativamente la tossicità rispetto ai singoli componenti.
“Nei prodotti mestruali sono state identificate sostanze preoccupanti per la salute, che non erano ancora state studiate. I nostri risultati segnalano una nuova via di esposizione ai composti tossici che deve essere esaminata più a fondo per comprendere i possibili rischi per la salute umana.”
Ethel Eljarrat, direttrice IDAEA-CSIC
La finestra di esposizione è particolarmente critica: questi prodotti si usano durante le fasi fertili della vita femminile, e questo rende ancora più rilevante il tema della salute riproduttiva. L’esposizione a distruttori endocrini in quelle fasi può avere effetti che si manifestano anni dopo. I tessuti della vulva e della vagina, lo ricordano le ricercatrici, hanno un’alta capacità di assorbimento: le sostanze presenti nei prodotti non rimangono in superficie, ma vengono assorbite attivamente dall’organismo.
I rischi per la salute femminile: ormoni, fertilità, metabolismo
Le conseguenze potenziali di questa esposizione cronica interessano più sistemi biologici. Le ricercatrici dell’IDAEA-CSIC individuano tre aree principali di preoccupazione, strettamente interconnesse: il sistema riproduttivo, il metabolismo e il sistema endocrino nel suo complesso.
Sistema riproduttivo e fertilità
L’esposizione a interferenti endocrini presenti nei prodotti mestruali può alterare i livelli ormonali e risulta correlata, in alcuni studi, all’endometriosi e a problemi di fertilità. Si tratta di patologie in costante aumento nel mondo occidentale, la cui eziopatogenesi e ancora solo parzialmente compresa. Il fatto che milioni di donne siano esposte per decenni a sostanze con potenziale azione ormonale, attraverso una via di assorbimento particolarmente efficiente come quella vaginale, e un dato che merita ricerca urgente e sistematica.
Metabolismo e patologie croniche
I distruttori endocrini non agiscono solo sul sistema riproduttivo. Studi consolidati mostrano correlazioni con alterazioni metaboliche, inclusi il diabete di tipo 2 e le malattie cardiovascolari. L’esposizione cronica e a basse dosi — esattamente il pattern di esposizione dei prodotti mestruali — è proprio quella più difficile da studiare ma potenzialmente la più rilevante per la salute pubblica.
L’impatto ambientale: un problema globale
Come documenta National Geographic Italia, i prodotti mestruali sono anche enormemente inquinanti. Ogni anno nel mondo vengono smaltiti miliardi di assorbenti e tamponi, ricchi di componenti plastici e sostanze chimiche che persistono nell’ambiente per secoli. Le PFAS presenti nei prodotti non si degradano ne nelle acque reflue ne nei sistemi di trattamento, e finiscono per accumularsi nell’ambiente idrico e nella catena alimentare. L’impatto ambientale di questi prodotti — usati da meta della popolazione mondiale per quarant’anni di vita — e un tema urgente quanto quello della sicurezza per la salute.
Il vuoto normativo europeo: una protezione che non esiste
Il problema della composizione dei prodotti mestruali non è solo scientifico: e prima di tutto normativo. A differenza di quasi ogni altro prodotto a contatto prolungato con il corpo, assorbenti e tamponi si trovano in una zona grigia regolatoria che, in pratica, garantisce protezione minima alle consumatrici.
| Categoria normativa | Obblighi previsti | Applicabilita agli assorbenti |
|---|---|---|
| Dispositivi medici (MDR) | Funzione terapeutica o diagnostica obbligatoria. Test clinici rigorosi. Etichetta ingredienti obbligatoria. | Non applicabile: gli assorbenti non hanno funzione diagnostica/terapeutica |
| Cosmetici (Reg. 1223/2009) | Lista INCI obbligatoria. Test tossicologici su ciascun ingrediente. | Non applicabile: non sono applicati sulla cute ‘volontariamente per scopo estetico’ |
| Sicurezza generale prodotti (Dir. 2001/95/CE) | Standard minimi di sicurezza. Nessun obbligo di etichettatura ingredienti. Nessun test clinico specifico. | Applicabile per default. Protezione minima, nessun controllo composizione. |
Il ragionamento giuridico è chiaro: poiché le mestruazioni non sono una malattia, i prodotti che le gestiscono non possono essere classificati come dispositivi medici. Ma non essendo nemmeno cosmetici — che si definiscono come sostanze applicate sulla cute con finalità estetiche — ricadono sotto la Direttiva 2001/95/CE sulla sicurezza generale dei prodotti, una normativa orizzontale pensata per beni di consumo generici, non per oggetti a contatto prolungato con le mucose di milioni di persone.
Il risultato pratico e devastante: i produttori non sono obbligati a dichiarare gli ingredienti in etichetta, non devono sottoporre i prodotti a test clinici specifici, e non esistono limiti regolamentati per la presenza delle sostanze rilevate dalla ricerca scientifica. Il consumatore che voglia sapere cosa c’e nell’assorbente che usa non ha strumenti per saperlo.
“Non abbiamo ancora informazioni per dire che alcuni prodotti sono più sicuri di altri. Questo è un vuoto importante: sono prodotti usati per tempo prolungato a contatto diretto con la pelle, in una zona del corpo con alta capacità di assorbimento.””
Ricercatrice, IDAEA-CSIC
L’ONG Regles elementaires, attiva dal 2015 nella lotta contro la precarietà mestruale e il tabù delle mestruazioni, denuncia nel rapporto di aprile 2026 l’assenza di qualsiasi obbligo europeo di trasparenza sugli ingredienti. La proposta è chiara: i prodotti mestruali devono essere inclusi in una categoria normativa specifica, con obbligo di etichettatura integrale e test di sicurezza adeguati alla sensibilità della zona di esposizione.
Il corpo femminile invisibile alla medicina: il disinteresse sistemico ha radici antiche
La questione dei prodotti mestruali non è isolata: si inserisce in un quadro più ampio e sistematico che gli esperti di medicina di genere chiamano, senza mezzi termini, disinteresse sistemico verso la salute delle donne. Non una svista, non un ritardo colmabile con qualche aggiornamento normativo: un pattern strutturale di sottorappresentazione del corpo femminile nella ricerca scientifica, nelle normative sanitarie e nelle politiche di salute pubblica. Un pattern che costa vite e salute, e che solo negli ultimi anni comincia a essere riconosciuto come tale.
Il caso più emblematico è quello dell’infarto. I sintomi dell’infarto nelle donne sono diversi da quelli classici — dolore al petto irradiato al braccio sinistro — che sono stati descritti, studiati e insegnati prendendo come riferimento il corpo maschile. Le donne che arrivano al pronto soccorso con i propri sintomi — spesso nausea, affaticamento, dolore alla schiena, alla mascella, allo stomaco — vengono mandate a casa con una percentuale significativamente più alta rispetto agli uomini, perché il loro infarto non somiglia a quello che i medici hanno imparato a riconoscere.
Un altro esempio recente e altrettanto eloquente: la soglia di ferritina per definire la carenza di ferro. Per anni questa soglia era stata fissata a 15 microgrammi per litro, calcolata sugli uomini. Per anni le donne in età fertile hanno presentato tutti i sintomi della carenza di ferro — stanchezza cronica, difficoltà di concentrazione, caduta dei capelli, irritabilità — pur risultando ‘nella norma’ secondo i parametri di riferimento. Solo di recente la soglia è stata alzata a 30 microgrammi per litro per le donne, riconoscendo finalmente la specificità biologica femminile. Anni di sofferenza non diagnosticata per un errore concettuale: studiare il corpo maschile e applicarne i parametri a tutti.
“Non dovremmo dare alle donne farmaci studiati sugli uomini. La medicina di genere non è un tema di equità ideologica, ma di efficacia terapeutica: farmaci, dosaggi, sintomi e decorsi clinici differiscono significativamente tra uomini e donne, e continuare a ignorarlo ha conseguenze concrete sulla salute delle pazienti.”
Fondazione Veronesi
Sul fronte farmacologico, la situazione è in lento miglioramento normativo ma ancora lontana da una soluzione reale. A livello europeo, il Regolamento UE n. 536/2014 sugli studi clinici stabilisce che la progettazione degli studi deve tutelare e rappresentare adeguatamente i gruppi di popolazione che probabilmente useranno il farmaco — incluse le donne e le categorie vulnerabili. Ma si tratta di indicazioni orientative, non di quote vincolanti. Nessuna norma europea impone attualmente percentuali fisse di donne nei trial clinici.
L’Italia si distingue positivamente in questo panorama: la Legge n. 3/2018 e il successivo decreto attuativo impongono al Servizio Sanitario Nazionale che la sperimentazione clinica dei farmaci garantisca un’adeguata rappresentatività di genere, promuovendo ricerca e trattamenti farmacologici mirati sulle specificità biologiche maschili e femminili. E’ un primo passo legislativo concreto, ma la sua attuazione pratica è ancora parziale.
Un segnale positivo viene invece dalla ricerca cardiologica e dalla reumatologia. La riclassificazione della sindrome dell’ovaio policistico — tradizionalmente considerata solo un problema ormonale-riproduttivo — come sindrome metabolica sistemica, resa possibile da uno studio pubblicato su The Lancet, ha rivoluzionato l’approccio diagnostico e terapeutico, aprendo nuove strade di trattamento per milioni di donne. E’ la dimostrazione che quando si studia il corpo femminile con adeguata serietà scientifica, i progressi sono reali e rapidi.
La Tampon Tax e la povertà mestruale: quando il lusso è una necessità
A tutte le criticità fin qui descritte — la tossicità, il vuoto normativo, l’invisibilità scientifica — si aggiunge un quarto livello di ingiustizia: il costo. I prodotti mestruali non sono un lusso. Non sono una scelta. Eppure in buona parte d’Europa vengono tassati come tali.
In Italia, gli assorbenti e i tamponi sono nuovamente soggetti alla cosiddetta Tampon Tax, l’IVA applicata sui prodotti per l’igiene mestruale. Il Parlamento Europeo, in una risoluzione del 2019, aveva invitato tutti gli Stati membri a eliminare questa tassa, ‘avvalendosi della flessibilità introdotta nella direttiva IVA e applicando esenzioni fiscali o aliquote IVA pari allo 0% a questi essenziali beni di prima necessità’. Ma l’invito — non vincolante — è rimasto in gran parte inascoltato.
La variabilità europea è enorme. L’Ungheria tassa questi prodotti al 27%, Croazia e Danimarca al 25%, Finlandia e Grecia al 23%, Bulgaria, Albania, Romania e Moldavia al 20%. L’Italia a 10%, si scende sotto: in Slovenia (9,5%), Paesi Bassi ed Estonia (9%), Germania (7%), Belgio e Portogallo (6%), Francia (5,5%), Polonia, Cipro, Repubblica Ceca, Lettonia, Lituania, Malta e Regno Unito (5%), Lussemburgo (3%) e Spagna (4%). L’Irlanda ha eliminato completamente l’IVA. La Scozia ha fatto di più: dal 2020 i prodotti mestruali sono completamente gratuiti per tutte.
Dietro queste aliquote c’è una questione concreta e urgente: la period poverty — la povertà mestruale — che, secondo ActionAid, riguarda milioni di donne e ragazze nel mondo. Si tratta dell’impossibilità o della difficoltà di accedere a prodotti igienici sicuri durante i giorni del ciclo mestruale. Una condizione che incide sulla salute, sulla capacità di partecipare alla vita sociale, scolastica e lavorativa. ‘La povertà mestruale rappresenta un problema costante nell’UE’, si legge in un’interrogazione parlamentare europea del 2020. Non è un problema del Sud del mondo: è un problema di ogni quartiere europeo.
““Il Parlamento Europeo nel 2019 aveva invitato tutti gli Stati membri a eliminare la Tampon Tax applicando esenzioni fiscali o aliquote IVA pari allo 0% a questi essenziali beni di prima necessità.”
– Risoluzione Parlamento Europeo, 2019
C’è una contraddizione stridente che vale la pena sottolineare: L’unione Europea — e molti altri Stati — obbliga le donne ad acquistare prodotti mestruali per quarant’anni di vita, non prevede alcun obbligo di dichiarare cosa c’e dentro, non regola la presenza di sostanze potenzialmente tossiche, e ci mette sopra un’imposta. Tassare il necessario come fosse voluttuario non e solo una questione fiscale: è un gesto simbolico che rivela come la fisiologia femminile continui a essere trattata come un’anomalia del mercato, non come una condizione universale che merita tutela.
Cosa dobbiamo esigere: trasparenza, regole, ricerca
La situazione attuale non è accettabile. Le donne sono il 50% della popolazione mondiale, usano prodotti mestruali per quarant’anni di vita, sono esposte a sostanze potenzialmente tossiche senza saperlo e senza poter scegliere diversamente — e la risposta normativa ed istituzionale e, sostanzialmente, il silenzio.
- Eliminazione della Tampon Tax: i prodotti per l’igiene mestruale sono beni di prima necessità, non articoli di lusso. L’IVA va portata a zero o eliminata, come già fatto in Irlanda e Scozia.
- Obbligo di etichettatura integrale: ogni prodotto mestruale deve dichiarare in etichetta tutti gli ingredienti, i materiali, i processi di sbiancamento e i trattamenti chimici utilizzati, esattamente come accade per i cosmetici.
- Regolamentazione europea specifica: i prodotti mestruali devono uscire dalla zona grigia normativa della Direttiva 2001/95/CE e ricevere una classificazione dedicata, con limiti di sicurezza per le sostanze rilevate dalla ricerca e test obbligatori prima dell’immissione in commercio.
- Investimento in ricerca: gli effetti sinergici delle sostanze tossiche nei prodotti mestruali, l’entità dell’assorbimento vaginale e le correlazioni con endometriosi, problemi di fertilità e patologie metaboliche devono essere oggetto di ricerca pubblica finanziata e sistematica.
- Quote vincolanti nella sperimentazione farmacologica: superare le indicazioni orientative con obblighi normativi europei stringenti che garantiscano la rappresentatività femminile in tutti i trial clinici.
- Medicina di genere come standard: non come sensibilità aggiuntiva, ma come requisito scientifico fondamentale. I sintomi, i dosaggi, i valori di riferimento devono essere calcolati includendo il corpo femminile, non derivandoli da studi condotti prevalentemente su soggetti maschili.
Una responsabilità politica: basta con il disinteresse sistemico verso la salute delle donne
Si parla molto, e correttamente, di prevenzione. Si chiede alle donne di fare sport, mangiare sano, ridurre lo stress, sottoporsi a screening periodici. Ma è una prevenzione monca se poi le stesse donne vengono obbligate a vivere in un sistema che non le considera, che le espone a sostanze potenzialmente tossiche attraverso prodotti di uso obbligato, che le studia poco e spesso male, e che applica al loro corpo parametri di salute costruiti su un modello maschile.
Il corpo femminile non è una variante del corpo maschile. Ha specificità biologiche proprie, tempi e modalità di interazione con i farmaci diverse, sintomi clinici che non si sovrappongono necessariamente a quelli descritti in letteratura. Prendere atto di questo non è un atto di militanza politica: è il presupposto di una medicina scientificamente corretta.
Cinquant’anni di esposizione a prodotti non regolamentati, decenni di farmaci non studiati sul corpo femminile, anni di sintomi non riconosciuti perché non conformi al modello maschile, una tassa su beni fisiologicamente obbligatori: questo e il profilo di un disinteresse sistemico verso la salute delle donne — non una serie di coincidenze, non una svista, ma un pattern strutturale che attraversa normative, ricerca scientifica, politica fiscale e linguaggio medico. Il debito della medicina e della normativa è enorme. Riconoscere il disinteresse sistemico è il primo passo per cambiare rotta e non ripetere gli errori del passato.









