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Minimarket a Roma: la pandemia ha cambiato il commercio?

La recente pandemia Covid-19 ha accelerato notevolmente una serie di cambiamenti già in atto nel tessuto commerciale delle nostre città. Roma in particolare, piena oramai di minimarket in tutto il centro storico. Si è favorita una riscoperta, se non una proliferazione, di negozi di prossimità, primi fra tutti i celebri minimarket mentre molti esercizi tradizionali…

minimarket a roma

La recente pandemia Covid-19 ha accelerato notevolmente una serie di cambiamenti già in atto nel tessuto commerciale delle nostre città. Roma in particolare, piena oramai di minimarket in tutto il centro storico. Si è favorita una riscoperta, se non una proliferazione, di negozi di prossimità, primi fra tutti i celebri minimarket mentre molti esercizi tradizionali chiudevano.

I minimarket a Roma, un fenomeno diffuso

Durante i lockdown, (tra tutti il primo del 2020) i cittadini italiani hanno ridotto talmente i loro spostamenti che la maggior parte dei consumi hanno privilegiato acquisti rapidi e locali per i beni essenziali. Uno studio Nielesn dell’aprile 2020 ha registrato in Italia uno spostamento significativo: gli acquisti in mercati, piccoli negozi e minimarket sono aumentati dal 9 al 24%, mentre quelli in supermercati e ipermercati sono crollati dal 68% al 38%.

Tutto questo ha rafforzato il modello della “città dei 15 minuti”, cioè servizi e negozi raggiungibili a piedi in breve tempo. Un fenomeno già in discussione prima della pandemia ma accelerata dall’emergenza.

La pandemia ha agito come catalizzatore di tendenze già esistenti, accelerando una vera e propria desertificazione commerciale dei centri storici delle nostre città. Tra le cause dietro i negozi sfitti ci sono affitti alti, e-commerce, cambio dei consumi. Il tutto può essere contrapposto ad una resistenza e maggiore adattabilità di tutti quegli esercizi di vicinato.

E del resto sono numerosi i rapporti Confcommercio e le analisi post COVID che hanno sottolineato come i piccoli negozi di generi alimentari siano diventati “presidi di resilienza collettiva” con una tenuta migliore rispetto ad altri settori di vendita al dettaglio.

Certo non tutti i piccoli esercizi hanno beneficiato allo stesso modo e molti di loro, spesso con anni di lavoro alle spalle, hanno chiuso. Mentre altri, spesso gestiti da imprenditori stranieri, hanno resistito o aperto in massa.

Il caso specifico di Roma

Il fenomeno dei minimarket a Roma è particolarmente visibile nel centro storico (Municipio I e tutti i quartieri limitrofi), dove siamo passati da una crescita lenta pre-COVID a una sostituzione accelerata di vere e proprie attività storiche con minimarket e negozi di souvenir.

Numeri alla mano nel 2006 questo numero di esercizi erano circa 150. Nel 2024 hanno raggiunto circa 1200 su 3500 attività totali. Vale a dire quasi un negozio su tre. Una crescita lenta ma costante accelerata dalla pandemia che non ha risparmiato, invece, la chiusura di centinaia di attività “storiche” come botteghe, librerie, artigianato sostituite spesso proprio da questi esercizi.

Dato statistico importante poi il fatto che molti di questi minimarket a Roma, ma non solo, sono gestiti da cittadini stranieri (bengalesi soprattutto). Un modello economico tanto semplice quanto efficace e che ha mostrato una resistenza maggiore rispetto ai colleghi italiani. La stessa Confcommercio di Roma stima che nel 2021 mentre 200 attività alimentari gestite da italiani chiudevano, i minimarket resistevano e crescevano.

Certo un fattore centrale è dovuto al fatto che proprio durante i lockdown molti minimarket a Roma sono rimasti aperti come esercizi di generi di prima necessità, a differenza di bar e ristoranti che sono stati chiusi o aperti con orari limitati. 

L’obiettivo era limitare gli assembramenti che però paradossalmente si ricreavano proprio fuori da questi minimarket grazie alla vendita di alcolici.

La Risposta istituzionale: la stretta del comune di Roma

L’argomento è diventato oramai dirimente in tutta Italia. Per rimanere sull’esempio di Roma il Campidoglio ha reagito varando una serie di misure di contenimento contro una “proliferazione incontrollata” e una “turistificazione” eccessivi che sta radicalmente cambiando il volto del suo centro storico.

Prima tappa un regolamento del 2023 che limita le nuove aperture di minimarket, gastronomie, e souvenir nel centro storico che è pur sempre patrimonio Unesco. È poi arrivata la proroga fino al 2029, confermata dal Consiglio di Stato quest’anno, con uno stop alle nuove aperture sotto certe dimensioni e con requisiti decisamente più stringenti.

L’obiettivo è tentare di ridurre queste attività dalle attuali 1200 alle 600 per preservare il tessuto urbano e contrastare quell’iperturismo conosciuto anche come “disneylandizzazione”. Con un primo effetto nel calo delle richieste di apertura e maggiori chiusure.

Cause più ampie e impatti

Il problema della desertificazione dei centri storici della città d’arte, ed in questo caso specifico di Roma, non è una novità. Anzi ad essere sinceri parliamo di problemi preesistenti aggravati dalla pandemia: affitti alti, calo del turismo nel biennio 2020 – 2021, alternative come e-commerce, costi energetici aumentati.

E così la Capitale ha perso negli ultimi 5 anni circa 14.500 negozi. Solo nel centro storico le vetrine chiuse sono state rimpiazzate con attività con investimenti di partenza bassi, massificate e con un’offerta di prodotti decisamente standardizzati. Minimarket e negozi di souvenir rispondo ad un turismo di massa a basso costo che però corre il rischio di stravolgere completamente quartieri storici e riducendo i servizi per chi ci vive.

Certo sarebbe ingeneroso dire che la prossimità non abbia aspetti positivi.

Come ad esempio offrire un servizio utile con acquisti veloci e orari estesi. E in Europa stessa si vede la crescita di quei convenience store più simili ad empori dove si può comprare di tutto. Ma ci sono criticità che bisogna avere il coraggio di denunciare.

E non si tratta solo di decoro urbano ma anche di sicurezza per assembramenti notturni.

O la concorrenza sleale percepita: molti titolari dei minimarket a Roma come nel resto d’Italia impiegano connazionali con paghe molto basse e spesso senza il pagamento dei contributi.

Un modello economico inapplicabile per molti imprenditori, italiani e non. O ancora l’evasione dell’IVA e la difficoltà nei controlli amministrativi con passaggi di licenze veloci senza alcun controllo.

C’è il rischio di omogenizzazione delle città e di un impoverimento della stessa offerta economica.

Conclusione

La pandemia Covid-19 non ha creato il fenomeno dei minimarket, ma è stato un catalizzatore di dinamiche già in atto, rendendo evidente la fragilità di un tessuto commerciale tradizionale in crisi di fronte a modelli di business diverso.

A Roma, ma anche in altre città, il centro storico oggi rischia di trasformarsi in un paesaggio livellato, con insegne luminose di pessimo gusto, birre in offerta e souvenir pacchiani. Un processo di omogenizzazione che impoverisce non solo l’identità urbana ma anche la qualità di vita dei residenti: meno servizi diversificati, minore decoro, maggiori criticità legate alla sicurezza e alla convivenza.

La città “dei 15 minuti” e la prossimità possono rappresentare un’opportunità ma solo se adeguatamente governata.

Senza regole chiare e applicate con equità e equilibrio il libero mercato rischia di arrivare al paradosso: è premiato chi opera con costi del lavoro e fiscali più bassi – se non al limite della legalità – penalizzando chi invece rispetta tutte le regole.

Quindi le misure del Comune di Roma, con il regolamento del 2023 e la proroga fino al 2029, sono un primo importante tentativo per invertire la rotta.

Ma sono necessari controlli più incisivi sull’evasione sul lavoro al ribasso oltre che un sostegno vero alle attività storiche di qualità e una visione che metta al centro non solo il turismo ma anche la vivibilità dei cittadini.

Preservare il tessuto sociale di città come Roma non è solo una questione di decoro o estetica: ma di salute pubblica, coesione sociali e qualità della vita.

Perché una città che perde la propria diversità e la propria anima finisce per perdere pezzi della propria salute collettiva.

Fonti

Guglielmo M. Crostelli Capo Redattore